Il Dio Che Nacque Due Volte

1007787565.jpgAccadde che Sémele, figlia del re di Tebe Cadmo, fosse messa incinta da Giove Tonante che le si era sempre avvicinato sotto le sembianze di un comune mortale. Giunone lo seppe e tramò la vendetta. […] fece in modo che fosse lo stesso Giove a distruggere la donna che amava. Si nascose in una nuvola rossa come le nubi al tramonto e volò a Tebe, nella casa di Sémele. Qui giunta, dopo essersi assicurata che la nutrice di Sémele, fosse assente dalla città, ne assunse le sembianze e le mansioni. Poi, mentre aiutava la rivale nelle sue faccende quotidiane, le parlò di questo e di quello finché riuscì, come per caso, a portare il discorso sulla sua gravidanza. “Spero per te che sia proprio Giove il padre del tuo bambino” disse con un sospiro. “In realtà, non se ne può mai essere del tutto sicure. Tanti uomini si spacciano per dèi e si infilano nel letto delle donne più belle che capitano loro a tiro… Se tu avessi la mia età, figliola, ne avresti viste di tutti i colori, come me. Sapessi che cosa succede quando è l’amore a dettare i comportamenti degli esseri umani! E poi, anche se fosse davvero Giove, non basterebbe a provare che ti ama” aggiunse perfidamente. “Potrebbe essere lussuria, la sua, non amore. Dovrebbe darti una prova, ecco, una prova che ti dimostri una volta per tutte che ti ama profondamente e incondizionatamente. Per esempio, potresti chiedergli che ti si mostri in tutta la sua potenza, in tutto il suo splendore, così come fa quando stringe tra le braccia sua moglie, la splendida Giunone. E anche che porti con sé le insegne della sua grandezza. Allora sì che potresti credergli!” Il seme era stato gettato nella mente e nel cuore di Sémele. La donna ci pensò su per un po’, poi il seme germogliò e la giovane donna si disse che nel consiglio che le aveva dato la nutrice non c’era niente di male. Anzi, che la vecchia aveva proprio ragione. Così, una notte in cui Giove era andato a trovarla, gli disse: “Mio caro, fino a oggi non ti ho mai chiesto niente. Mi è sempre bastato sapere di essere la prediletta del più potente degli dèi. Ma ora vorrei chiederti un regalo. Niente che tu non possa fare o che nuoccia al tuo onore e alla tua maestà. Promettimi che me lo concederai, e ti dirò di che cosa si tratta.” Il Tonante era davvero innamorato di quella splendida mortale. Non avrebbe potuto rifiutarle nulla, figurarsi un dono, un piccolo dono senza importanza. Perciò le rispose: “Domandami pure quello che vuoi, Sémele. Lo avrai. E perché tu mi creda, te lo giuro sulle acque dello Stige, il fiume infernale che incute timore anche al più potente degli dèi.” Felice che Giove avesse giurato con tanta solennità, Sémele spiegò all’amante ciò che desiderava. “Vorrei che mi apparissi come quando stringi tra le braccia tua moglie!” esclamò. Il Tonante avrebbe voluto tapparle la bocca prima ancora che pronunciasse l’ultima parola, ma Sémele aveva parlato troppo in fretta e non ne ebbe il tempo. Ormai né lui poteva ritrattare il solenne giuramento che aveva pronunciato, né lei le parole sconsiderate di cui non conosceva le conseguenze. Con il cuore pesante, Giove dovette quindi tornare sull’Olimpo e radunare le nuvole, i venti, i tuoni e i fulmini. Tuttavia, per quanto gli era possibile, si sforzò di diminuire la propria potenza ed evitò di armarsi dei fulmini più micidiali. Prese con sé soltanto una piccola saetta nella quale i Ciclopi avevano posto meno furia e meno fiamme. Con quest’arma quasi innocua, ma in tutto il suo splendore, immerso in una luce infinite volte più splendente dello stesso Sole, il padre degli dèi  ritornò dall’amata che, essendo mortale, non potè sopportare il tremendo bagliore e ne fu incenerita. Prima che l’amante fosse divorata dalle fiamme, però, il Tonante fece in tempo a estrarre dal suo grembo il frutto del loro amore, un bambino non ancora del tutto formato, che si cucì all’interno di una coscia, dove la gestazione arrivò a compimento. Quando il bambino nacque per la seconda volta, fu allevato dapprima dalla sorella della madre, Ino, e poi dalle ninfe della città asiatica di Nisa. In seguito il giovane Bacco, così fu chiamato, sarebbe stato educato dal satiro Sileno e avrebbe scoperto la vite e il suo delizioso frutto, l’uva, e inventato il modo di farlo fermentare per ricavarne la squisita bevanda che dona l’ebbrezza e l’oblio, il vino. Sembra che il giorno in cui Giove presentò il figlio agli altri dèi durante un banchetto sull’Olimpo, dapprima le divinità non ne fossero entusiaste perché il giovinetto aveva un aspetto poco attraente: era grasso e flaccido, barbuto, sgraziato. Ma quando il novello dio fece versare nelle coppe il suo vino ed essi ne ebbero bevuto a sazietà, allora sì che lo amarono e lo apprezzarono!

da Metamorfosi e altre storie, di Maria Letizia Magini

Il Dio Che Nacque Due Volteultima modifica: 2008-09-03T11:47:00+02:00da mirrh
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